Quali temperature sono consentite per legge nei negozi
In un negozio la temperatura non riguarda solo il comfort. Incide sulla salute e sulla concentrazione di chi lavora, sulla permanenza dei clienti e sulla gestione quotidiana dell’attività. Quando fa molto caldo o molto freddo, il problema non è soltanto “sentirsi bene”: entrano in gioco anche responsabilità del datore di lavoro, corretto funzionamento degli impianti di climatizzazione e, nei casi più critici, la necessità di valutare il microclima in modo documentabile.
Un equivoco frequente è pensare che esista un unico valore “obbligatorio” valido sempre. In realtà convivono due piani: da un lato ci sono indicazioni legate alla gestione degli impianti di riscaldamento e raffrescamento, dall’altro c’è il tema del microclima nei luoghi di lavoro, che dipende anche da attività svolta, ricambio d’aria, umidità, velocità dell’aria e condizioni reali dell’ambiente.
Qui mettiamo ordine in modo pratico: quali riferimenti normativi sono davvero utili, come interpretare correttamente temperatura minima e massima e come effettuare una misurazione sensata quando si deve intervenire sull’impianto o dimostrare che il problema esiste.
Qual è la legge di riferimento

Per parlare di temperature “consentite” nei negozi bisogna tenere insieme due riferimenti diversi, perché rispondono a due domande diverse: da un lato la tutela del microclima nei luoghi di lavoro, dall’altro i limiti di esercizio degli impianti di riscaldamento e climatizzazione.
Il primo riferimento è il D.Lgs. 81/2008 (Testo Unico Sicurezza). Nell’Allegato IV si stabilisce che la temperatura dei locali di lavoro deve essere adeguata all’organismo umano durante il tempo di lavoro, tenendo conto dei metodi di lavoro e degli sforzi fisici, e che nel giudizio vanno considerati anche umidità e movimento dell’aria.
Questo è il motivo per cui, spesso, non trovi un “numero unico” valido per ogni negozio: la norma ragiona per condizioni adeguate rispetto all’attività svolta e al contesto, non per un valore uguale per tutti.
Il secondo riferimento è il DPR 74/2013, che definisce criteri generali e valori limite per la temperatura degli ambienti climatizzati (quindi un riferimento molto utile quando si parla di gestione di riscaldamento/raffrescamento negli edifici). Il DPR riporta, in sintesi, limiti come 20°C + 2°C (tolleranza) per molti edifici in inverno e una soglia estiva con riferimento a 26°C – 2°C (tolleranza) per gli edifici climatizzati, con eccezioni per particolari strutture.
A supporto della valutazione “microclima”, poi, si usano spesso anche norme tecniche (ad esempio UNI EN ISO 7730 e documenti INAIL) che aiutano a tradurre il concetto di “adeguato” in una valutazione tecnica più oggettiva quando serve documentare il comfort o il disagio termico.
Esiste una temperatura minima e massima “per legge” in negozio
Nei negozi non esiste un valore unico e universale di temperatura “minima” e “massima” valido sempre, perché la normativa sulla sicurezza sul lavoro non impone un numero fisso uguale per qualsiasi attività. Il principio è diverso: il datore di lavoro deve garantire condizioni microclimatiche adeguate alle persone e al lavoro svolto, considerando non solo la temperatura, ma anche elementi che cambiano completamente la percezione e la tollerabilità dell’ambiente, come umidità, movimento dell’aria e irraggiamento (tipico delle vetrine esposte al sole).
Questo approccio è logico, perché un negozio non è mai “un ambiente standard”:
- chi sta alla cassa spesso è fermo per ore, quindi percepisce più freddo in inverno e più caldo in estate;
- chi lavora in area vendita o in magazzino può alternare movimento e sforzo, quindi il corpo reagisce in modo diverso;
- ingressi che si aprono continuamente, vetrine con sole diretto, porte automatiche, correnti d’aria e differenze tra zona clienti e retro rendono inutile ragionare su un solo numero letto sul termostato.
La conseguenza pratica è questa: se l’ambiente è “al limite”, non si risolve con una discussione sul grado esatto, ma con una valutazione concreta di quanto e dove il disagio si manifesta. È molto comune, ad esempio, avere una temperatura media accettabile ma postazioni critiche: cassa investita da corrente d’aria, zona vetrina rovente nelle ore centrali, area ingresso che d’inverno diventa un “tunnel freddo”. In questi casi il problema è reale anche se il valore medio in negozio sembra “ragionevole”, perché il microclima si valuta nella zona occupata e in relazione al tempo di esposizione.
Dal punto di vista operativo, quando il caldo o il freddo diventano un problema, le azioni corrette non sono “alzare o abbassare di un grado”, ma intervenire sulle cause: distribuzione dell’aria (evitare getti diretti sulle persone), schermature e gestione vetrine, barriere d’aria sugli ingressi, manutenzione dell’impianto, ricambio d’aria e misure organizzative (pause, rotazioni, idratazione). Il punto chiave è che la norma chiede di gestire il microclima come fattore di rischio quando crea disagio o stress termico prolungato, non come preferenza personale.
I limiti del DPR 74/2013 sugli impianti (valori utili per i negozi)

Se vuoi un riferimento numerico chiaro, quello più “spendibile” per un negozio è legato alla gestione degli impianti di climatizzazione invernale ed estiva. Il DPR 74/2013 (art. 3) non nasce per definire il comfort ideale “per lavorare”, ma stabilisce valori limite per la temperatura ambiente durante il funzionamento degli impianti, proprio per evitare sprechi e gestioni estreme.
In pratica, i valori guida sono questi:
- Climatizzazione invernale (riscaldamento)
La temperatura media ponderata degli ambienti riscaldati non deve superare:- 20°C + 2°C di tolleranza per la generalità degli edifici (quindi, in pratica, non oltre 22°C)
- 18°C + 2°C di tolleranza per edifici adibiti ad attività industriali, artigianali e assimilabili (quindi, in pratica, non oltre 20°C)
- Climatizzazione estiva (raffrescamento)
Durante il funzionamento dell’impianto, la temperatura non deve essere minore di:- 26°C – 2°C di tolleranza per tutti gli edifici (quindi, in pratica, non sotto 24°C)
Questi numeri aiutano a capire una cosa molto concreta nella gestione di un negozio: impostare il clima “a 21°C in piena estate” o “a 25°C in pieno inverno” non è solo una scelta poco efficiente, ma si discosta anche dai valori di riferimento previsti per l’esercizio degli impianti. E soprattutto, spesso non risolve il problema reale: molti negozi risultano caldi o freddi non perché il setpoint è sbagliato, ma perché la distribuzione dell’aria è inefficace (getto diretto su cassa, vetrine roventi, ingresso con ricambi continui, barriere d’aria assenti o tarate male).
Un punto importante: il DPR prevede eccezioni per alcune tipologie di edifici (ad esempio strutture sanitarie) , e nella pratica possono esistere indicazioni regionali e gestionali che richiamano gli stessi valori come riferimento operativo.
Per un negozio, questi limiti sono utili soprattutto come “bussola” di gestione: se sei costretto a tenere temperature molto lontane da questi range per far lavorare il personale in condizioni accettabili, di solito non è un problema di gradi sul termostato ma di microclima e impianto (distribuzione aria, schermature, manutenzione, ricambi).
Misurazione temperatura nei negozi

Se la temperatura in negozio è motivo di disagio o contestazione, la prima cosa da evitare è la “misurazione improvvisata”: un termometro appoggiato vicino alla cassa o vicino alla porta non descrive il microclima reale. Per avere un dato utile bisogna misurare nel punto giusto, per un tempo sufficiente e senza farsi falsare da fonti di calore/freddo immediate.
La regola pratica è misurare nella zona occupata, cioè dove le persone lavorano e stazionano, e a un’altezza che rappresenti la reale esposizione. In un negozio significa spesso misurare:
- vicino alla postazione cassa,
- nelle aree dove il personale staziona più a lungo,
- in prossimità di vetrine se sono un punto critico,
- in più punti se il negozio ha zone molto diverse (ingresso, vetrina, retro).
È importante evitare misure:
- direttamente sotto una bocchetta di mandata o davanti allo split,
- attaccate a porte che si aprono continuamente,
- a contatto con vetrine in pieno sole,
- vicino a macchinari che scaldano (forni, luci potenti, frigoriferi che espellono calore).
Per rendere la misurazione credibile e confrontabile, conviene anche annotare condizioni e contesto:
- orario e durata della misura,
- condizioni meteo (soprattutto se ci sono vetrine esposte o ingressi molto aperti),
- impostazioni dell’impianto in quel momento,
- punto esatto (anche con una foto).
Un’altra cosa importante: quando si parla di microclima, la temperatura è solo una parte del quadro. In molti casi il disagio non nasce dal numero sul termometro ma da:
- correnti d’aria (velocità dell’aria alta sulla postazione),
- umidità elevata in estate (sensazione di caldo “pesante”),
- irraggiamento da vetrina o superfici calde.
Se il problema è serio o ricorrente, la misurazione più utile non è solo “temperatura aria”, ma un rilievo più completo che consideri anche umidità e movimento dell’aria, perché sono spesso quelli a rendere invivibile una postazione anche con valori medi apparentemente accettabili.
Cosa fare se fa troppo caldo o troppo freddo

Quando in negozio si lavora in condizioni di caldo o freddo marcati, la reazione istintiva è spostare il termostato. A volte aiuta, ma spesso non risolve, perché il problema reale è come il microclima si distribuisce nello spazio: zone calde vicino alle vetrine, correnti fredde in cassa, ingresso che “risucchia” aria ogni volta che la porta si apre, impianto che lavora ma non riesce a mantenere condizioni stabili. Serve quindi un approccio a due livelli: interventi tecnici e misure organizzative immediate.
Sul piano tecnico, gli interventi più efficaci di solito non sono “più potenza”, ma migliore gestione dell’aria e dell’involucro:
- Distribuzione dell’aria e orientamento delle bocchette/split
Se la cassa è investita dal getto o da una corrente, si corregge la direzione e si ribilancia la mandata. In molti negozi il disagio nasce da correnti localizzate, non dalla temperatura media del locale. - Barriere d’aria sugli ingressi
Nei negozi con porte che si aprono spesso, l’ingresso è un punto critico. Una barriera d’aria ben dimensionata e tarata riduce il “travaso” termico tra interno ed esterno, stabilizza la temperatura e migliora comfort del personale vicino all’entrata. - Schermature e gestione delle vetrine esposte
In estate una vetrina al sole può creare un vero “hot spot”. Pellicole solari, schermature e gestione dei carichi interni aiutano a ridurre l’irraggiamento e il lavoro dell’impianto, migliorando la situazione anche senza abbassare eccessivamente il setpoint. - Manutenzione dell’impianto
Filtri sporchi, unità esterna intasata, batterie interne impolverate e scarichi condensa problematici peggiorano la resa e aumentano consumi. Prima di considerare soluzioni invasive, spesso vale la pena riportare l’impianto a condizioni ottimali. - Valutazione della taglia e del posizionamento
Se il negozio ha zone che non vengono mai trattate correttamente, può esserci un problema di progetto: altezza del condizionatore errata, split posizionati male, potenza non adeguata, mancanza di una seconda unità in zone lontane o distribuzione aria inefficace.
Sul piano organizzativo, quando il disagio è immediato e non si può risolvere “oggi” con un intervento impiantistico, si può agire con misure pratiche che riducono l’esposizione:
- turnazione delle postazioni più critiche (ad esempio la cassa vicino all’ingresso)
- pause più frequenti nei periodi di caldo intenso
- disponibilità di acqua e indicazioni su idratazione
- abbigliamento da lavoro più adeguato alla stagione
- limitazione di carichi di lavoro fisico nelle ore più calde, quando possibile
La cosa importante è non normalizzare il problema. Se la situazione si ripete ogni estate o ogni inverno, significa che c’è una causa strutturale che va affrontata: distribuzione aria, ingressi, vetrine o impianto sottodimensionato/mal gestito.
VMC e microclima in negozio: perché può fare la differenza

Quando in un negozio si parla di temperatura “difficile da gestire”, spesso si pensa solo alla potenza del climatizzatore. In realtà una parte del problema dipende dal ricambio d’aria e da come vengono gestiti umidità, odori e aria “viziata” durante l’orario di apertura. Qui entra in gioco la ventilazione meccanica controllata (VMC): non serve a “raffreddare” o “riscaldare” come un climatizzatore, ma può migliorare in modo concreto il microclima perché stabilizza la qualità dell’aria interna e rende più prevedibile il comportamento dell’ambiente.
In un negozio con molte aperture della porta, afflusso di persone e differenze forti tra esterno e interno, il ricambio d’aria può diventare un fattore critico: l’aria entra in modo disordinato, porta umidità (in estate) o aria fredda (in inverno), e la climatizzazione è costretta a inseguire continuamente condizioni che cambiano. Una VMC correttamente dimensionata permette di gestire il ricambio in modo controllato, riducendo l’effetto “altalena” e migliorando comfort nelle postazioni fisse, soprattutto vicino a ingresso e cassa.
Un altro punto importante è l’umidità. In estate, anche con una temperatura accettabile, un’umidità alta rende l’ambiente più faticoso da vivere e aumenta la sensazione di caldo. Un sistema di ventilazione ben progettato, in combinazione con la climatizzazione, aiuta a mantenere condizioni più stabili e spesso consente di ottenere comfort con setpoint meno estremi e con una gestione più efficiente dell’impianto.
La VMC è utile anche per la qualità percepita: odori, aria “pesante”, CO₂ elevata nelle ore di punta. Tutti fattori che non si risolvono abbassando la temperatura, ma che incidono sull’esperienza dei clienti e sul benessere di chi lavora.
In sintesi: se il problema del negozio non è solo “gradi” ma un microclima instabile, l’installazione della VMC può essere un intervento strategico perché lavora sulla causa di fondo, cioè il ricambio d’aria e la stabilità delle condizioni interne, complementando la climatizzazione anziché sostituirla.
Gestire la temperatura in negozio significa gestire il microclima
In un negozio la temperatura “a norma” non si ottiene inseguendo un numero sul termostato. Si ottiene mantenendo un microclima stabile, con distribuzione dell’aria coerente, ingressi gestiti correttamente e un impianto che lavora in modo efficiente. È per questo che, anche quando esistono valori di riferimento per la conduzione degli impianti, nella pratica ciò che conta è evitare zone critiche (cassa, ingresso, vetrine esposte) e ridurre le cause che rendono il locale invivibile in certi momenti dell’anno.
Quando fa troppo caldo o troppo freddo, spesso il problema non è “mancanza di gradi”, ma dispersioni, irraggiamento, correnti d’aria e distribuzione sbilanciata. Misurare correttamente e intervenire sui punti critici consente di migliorare il benessere dei lavoratori, l’esperienza dei clienti e anche i consumi energetici.
Verifica e ottimizzazione impianti con Multiuser

Se nel tuo negozio la temperatura crea disagio o varia troppo tra zone diverse, Multiuser può aiutarti con:
- Sopralluogo tecnico per individuare le cause reali (ingresso, vetrine, postazioni fisse, correnti d’aria)
- Verifica del corretto funzionamento dell’impianto e dei parametri di esercizio (resa, distribuzione dell’aria, impostazioni)
- Manutenzione professionale per ripristinare prestazioni e stabilità (pulizia, controlli, prevenzione cali di resa)
- Regolazioni mirate su split/bocchette e gestione del flusso d’aria per migliorare comfort e ridurre zone critiche
- Installazione e manutenzione di impianti di climatizzazione per negozi e attività commerciali, con progettazione e messa in servizio
- Installazione e manutenzione di impianti di ventilazione meccanica controllata (VMC), centralizzati o decentralizzati, per migliorare ricambio e qualità dell’aria
Contatta Multiuser per una valutazione: spesso bastano interventi mirati e una regolazione corretta per rendere l’ambiente più stabile e confortevole tutto l’anno.







